Ires Piemonte: Relazione annuale “Guardare oltre il presente”

Si intitola “Guardare oltre il presente” la Relazione annuale dell’Istituto di Ricerche Economiche e sociali (IRES) Piemonte presentata a Torino il 29 giugno scorso. Il Rapporto è articolato in cinque capitoli, dedicati rispettivamente a:

  • Il quadro economico
  • Lavoro e Società
  • Il Sistema Salute
  • Il governo locale
  • Il Piemonte un dettaglio

In chiusura la consueta fotografia sul “Clima di opinione”

Dai dati emerge una sostanziale conferma dei timidi segnali di crescita «lenta e incerta»: il PIL regionale nel 2016 è aumentato dello 0,8% (dato analogo al 2015) e si prevedono andamenti analoghi sul 2017.

Sembra dunque fermarsi qui il debole ottimismo che si respirava lo scorso anno di fronte a indicatori economici che, per la prima volta dopo tre anni facevano segnare un andamento positivo.

Mentre le principali regioni del nord hanno tassi di crescita superiori alla media nazionale il Piemonte rimane al di sotto.

Un esempio di questa tendenza è fornito dai dati sul mercato del lavoro: in Piemonte nel 2016 ci sono stati 12.000 nuovi occupati in più e 18.000 nuovi disoccupati in meno rispetto allo scorso anno, ma entrambi i dati sono più contenuti sia rispetto allo scorso anno (nel 2015 la crescita occupazione era stata del doppio rispetto al 2016 e la diminuzione della disoccupazione è rimasta costante), sia rispetto alle altre regioni del nord (L’aumento del tasso di occupazione in Piemonte si ferma a +0,7%, contro l’1,4% registrato nel resto del Settentrione, dove Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna raggiungono in media il 2%).

Il dato complessivo sulla disoccupazione sembra collocare il Piemonte in una posizione leggermente migliore (si registra una riduzione di un punto percentuale dal 10,2% al 9,3%, cioè il doppio di quanto accade nelle altre regioni del nord) ma si tratta comunque di un tasso elevato, che si riduce soprattutto perché aumentano gli «inattivi» e che pesa soprattutto sulle spalle dei più giovani: in Piemonte la disoccupazione giovanile è al 36% (meno del 30% nel nord Italia) e su base annua si riduce di due punti percentuali (le riduzioni registrate nelle altre regioni del nord oscillano tra i 2,4 e i 7 punti percentuali).

Il Piemonte, inoltre, non riesce a tornare ai livelli pre-crisi né per quanto riguarda la ricchezza prodotta, né in termini di occupazione: nel 2006-2007, biennio di crescita il PIL piemontese si attestava a un valore pro capite medio di 31.000 euro, nel biennio 2015-16 il dato si ferma a 28.000 euro. In termini occupazionali, invece nel biennio 2006/7 il tasso di disoccupazione era del 4,2% (a livelli che potevano essere definiti “fisiologici”) nel 2015/16 siamo al 9.3%).

Secondo gli Autori del Rapporto, le due tendenze appena esposte non devono indurre alla rassegnazione, ma promuovere una riflessione sulla profondità dei cambiamenti avvenuti e, di conseguenza, sulle priorità politiche da perseguire a partire dalla consapevolezza che «indietro non si torna».

Oggi è possibile affermare che le riduzioni di PIL e occupazione non erano soltanto “colpa della crisi”, se anche si tornasse ai livelli precedenti lo scenario risulterebbe comunque trasformato in maniera irreversibile: fenomeni demografici quali l’invecchiamento (con l’indice di vecchiaia, cioè il rapporto tra gli over 60 e gli under 15 oggi attestato a 190 con un trend di crescita di due punti per anno negli ultimi 6/7 anni) e il decremento (diminuisce il numero dei residenti, si riducono i flussi di immigrazione, aumentano gli espatri e si riducono le nascite) fanno sì che le prospettive di sviluppo e di crescita cambino radicalmente e soprattutto siano praticabili a condizioni molto diverse da quelle del passato.

La priorità è dunque quella di «governare la transizione» abbandonando schemi interpretativi superati e modelli di produzione e di consumo non più sostenibili.

Innovazione tecnologia e qualificazione delle competenze sono, secondo il Rapporto i due elementi-chiave per la gestione della transizione.

L’innovazione tecnologica, sostengono ai autori, non solo quella delle apparecchiature, delle connessioni e degli strumenti digitali ma «riguarda direttamente tutte le infrastrutture materiali e immateriali nelle quali viviamo, lavoriamo, studiamo, ci informiamo, ci spostiamo, ci prendiamo cura di noi stessi. Riguarda il funzionamento delle istituzioni pubbliche, l’organizzazione della nostra vita domestica e di quella lavorativa, il modo in cui ci alimentiamo, comunichiamo e socializziamo, le nostre scelte di consumo e di fruizione dei servizi».

Parlare di qualificazione delle competenze significa, invece: investire non soltanto sulla formazione professionale per «avere una manodopera sempre più istruita» ma «avere manager, imprenditori, studenti, professionisti e persino pensionati con capacità, culture, sensibilità e idee nuove. Persone in grado di sfruttare appieno ciò che la tecnologia offre per migliorare la propria vita e, di conseguenza, quella del prossimo».

Ecco alcuni dei quesiti ai quali la Relazione, a partire dai dati prova a dare risposta.

Constatando l’invecchiamento demografico e la percentuale sempre più elevata di lavoratori anziani, le questioni in campo sono: Come fare in modo che questo esercito abbia tutti gli strumenti per sostenere la rivoluzione che ci attende? Quali innovazioni si devono promuovere, affinché la maggiore età della forza lavoro non rappresenti un freno alla crescita, ma un’opportunità da cogliere?

Guardando invece al popolo dei NEET (stimato in 118.000 unità nella fascia di età 18-24 anni) e di giovani che, anche se attivi, faticano a trovare lavoro “buono” non si può non chiedersi se si tratti di un problema che viene dalla domanda (incapace di assorbire l’offerta) o dalle competenze).

In tema di competenze, pur in un sistema-istruzione che fa registrare buone performance (riduzione degli abbandoni, alto conseguimento di titoli) «i giovani piemontesi sono davvero in possesso di tutte le competenze utili alle imprese più innovative? Per competenza si intende far riferimento alla capacità degli individui di rispondere a problemi reali e di adottare comportamenti sociali idonei a un’organizzazione lavorativa. O esiste piuttosto un problema legato alla “qualificazione reale” dei giovani, anche a livello di istruzione medio elevato? Da questo punto di vista, le esperienze di “alternanza scuola lavoro” ampiamente realizzate anche nella nostra regione possono fornirci qualche utile elemento di conoscenza?».

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